Dicono che tutti possono sognare, che tanto è gratis. Non è vero, non lo è.

Sognare ha il prezzo della possibilità di disilludersi, del rischio di cadere dalle nuvole. E non tutti possono permetterselo.

Ad Abisi, ad esempio, hanno tolto il diritto di sognare. Dorme in Pista, lavora in campagna. Parlando al telefono con i miei lo chiamo per nome, ma poi dico subito che è un ‘bracciante’, dimenticandomi che oltre alle braccia ha una testa.

A scuola stiamo facendo i lavori, i ragazzi ne hanno già imparati tanti. Mancano venti minuti a fine lezione e per ripassare facciamo un po’ di dialogo, a coppie. Dopo aver ripetuto tutto, aggiungiamo un passaggio:

“Che la-vo-ro ti piace? Ti piace il ca-me-rie-re?”

Abisi è in coppia con Kingsley, nigeriano. A lui piace(rebbe) andare al ristorante, e quindi anche fare il cameriere. L’operaio no, troppa fatica. Kingsley non lavora, ma si immagina forse con due piatti pieni in mano, per dei clienti. E sorride.

Abisi invece raccoglie pomodori. Non voglio fargli dire che quel lavoro non gli piace, ci mancherebbe, non mi permetterei mai di spingerlo ad insultare una cosa che fa per bisogno. Ma voglio farlo spostare da lì da Borgo​ ​​dalla Pista dalla terra con cui ogni giorno si incrosta le unghie.

Non ci riesco,​ ​non ci riesce.

“Ti piace il ca-me-rie-re?”

Capisce, ma non sa rispondere.

Ti piace l’o-pe-ra-io?

Capisce, ma non sa rispondere.

Ad ogni domanda mi ripete che lui lavora nei campi​ ​che lavora nei campi​ ​che lavora in campagna​ ​che è ok​ ​che adesso va bene​ ​che lui​ ​lui lavora in campagna.

Qualcuno gli ha rubato il diritto di sognare. E dire che io ne ho così tanto, di quel diritto, ho così tante possibilità! Ma non ho quella di sognare anche al suo posto. Questo devo capirlo ammetterlo ficcarmelo in testa.

Non posso sostituire la mia volontà per lui alla sua volontà per sé. E nemmeno alla sua mancanza di volontà per sé.

Il primo giorno in Pista noi della prima settimana siamo andati in giro a dire ai ragazzi che avevano bisogno della nostra scuola. Alcuni ci hanno riso in faccia, dicendoci che​ ​vivono come i cani​ ​e che i cani hanno bisogno di mangiare, non di studiare.

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Non si possono imporre sogni né bi-sogni, mai.

E quindi non posso prestare ad Abisi nessun sogno. Però posso fare un’altra cosa. Spostarmi io: non dalla Pista, ma dalle mie idee già usate.

Chi l’ha detto che per crescere devo sognare? A Trappeto, anzi, ho conosciuto un uomo che diceva il contrario.

Per crescere, più che ‘sognare’, bisogna ‘essere sognati’.

Ciascuno cresce solo se sognato“, scriveva Danilo Dolci.

E allora non è giusto imporre un sogno, che era mio, ad Abisi. Non è giusto immaginarmi un Abisi cameriere. Però è giusto sognare ciò che ancora lui non è, senza ingabbiarlo in ciò che dovrà essere.

Io sono cambiata perché Ibrahim, Goodness e Lamine hanno sognato il mio ritorno in Pista.

E allora sogniamoci a vicenda, dimostriamoci le nostre possibilità.

Sogniamo gli altri. Non per CHI saranno! Sogniamo semplicemente CHE saranno. Diversi, cambiati, migliori. Come vorranno.

Beatrice Forlini – volontaria Campo Io Ci Sto