Camminiamo in gruppo, sempre avanti ma guardandoci intorno, circondati da un’infinita varietà di oggetti e persone. Vecchi divani, sedie rotte, tavoli di plastica. Motorini, frigoriferi, pentole, biciclette, vestiti… tutto in strada. Non c’è una logica, gli oggetti non hanno un loro posto e forse è proprio questo a spiazzarci. Durante la settimana passata insieme, qualcuno ha detto che “casa” è dove ogni cosa sta al suo posto. Alla Pista no, le cose non hanno un loro posto, non hanno un ordine. Ed ecco che cade la prima certezza: l’ordine. Non esiste, è una costruzione mentale. Invece noi siamo talmente ossessionati dall’ordine, che ci fa sentire al sicuro, che non ci rendiamo conto che ci sono anche altri modi per sentirci al sicuro e far sentire al sicuro gli altri. Aiutare e ricevere un sorriso in cambio. Abbracciare l’Altro e sentire gli occhi inumidirsi. Distinguere i volti dalle facce ed attribuirli un nome, una storia.
Camminiamo ed ogni passo porta con sé una nuova immagine, un nuovo odore. Il profumo di carne grigliata si mescola all’odore della spazzatura che marcisce in un angolo. L’occhio non fa in tempo a registrare ogni dettaglio. Sento che non c’è tempo per vedere tutto, conoscere tutti. Ma anche questa convinzione cade. Non si tratta di avere tempo o non averne, si tratta di saperlo usare. Non sono necessari anni per lasciare il segno nella vita di una persona, ma bastano pochi minuti ed un pezzettino di cuore.
Continuiamo a camminare, tutti ci guardano, ci salutano. Vorrei dilatare il tempo che impieghiamo per transitare da una realtà all’altra, dal nostro pulmino climatizzato alla chiesa della Pista, che di “chiesa” ha soltanto il nome. (Che poi, cosa definisce veramente una chiesa?). Sono quattro muri ed un tetto. Qualche finestra senza finestra, una porta senza porta e nient’altro. Ma in pochi istanti montiamo tavoli e panche e quel luogo anonimo si trasforma in scuola. Certo, non una scuola come la intendiamo noi. Non abbiamo lavagne e non abbiamo libri per tutti. Persino i fogli bianchi vanno usati con parsimonia. Ma si respira una voglia di imparare inesauribile e gli occhi di chi è già lì, con la sua penna in mano, pronto per la lezione, emanano determinazione ed speranza. Quindi, ancora una volta, idee preesistenti nella mia mente (come quelle di chiesa e scuola) sono costrette modificarsi, diventare più flessibili e ad attarsi a quello che mi propongono gli occhi.
Ognuno si siete dove trova posto, su una sedia, una panca, un mattone di cemento. Noi insegnanti cerchiamo di creare il famoso ordine, tu qui, tu lì… ci sembra di riuscirci, ma non ci rendiamo conto che è una frivolezza. Non ci rendiamo conto che in realtà basta un foglio, una penna e tanto impegno. Che insegnare banalissime frasi come “io sono felice perché…” può significare tanto.
Durante la lezione il tempo si dissolve, si dissolve nel vento caldo che entra dalla finestra senza finestra, nel grigio del fumo di qualche incendio vicino e nell’odore di polvere che ormai è indelebile nei nostri nasi. Mentre mi sento chiamare ripetutamente, maestra, maestra, per un istante li vedo come dei bambini, degli essere deboli da proteggere. Ma quando, al termine della lezione, ci ringraziano ad uno ad uno, con frasi semplici e dirette, tu brava, tuo sorriso bello, se tu triste anche io triste… è allora che sento di essere io quella debole. Io che non riesco ad essere così spontanea, io che ho mille muri personali per i quali non ho ancora trovato i ponti.
Una cosa però l’ho trovata. Come dice Eman in “Amen”, HO VISTO DI SPALLE UNA PARTE DI ME, e questa altra parte di me è l’Altro (citazione rubata).
Sta ad ognuno di noi convincere l’altra parte di noi a voltarsi e guardarci negli occhi.

Lisa Piazzoni – volontaria Campo Io Ci Sto

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