La pista quest’anno mi appare come una città invisibile, un mondo a sé, un mondo altro. Forse mi piace sentirmi qui, un po’ a casa, in una città che non c’è, ma che io conosco.

Solo chi sa vedere l’altro può entrare nel mondo altro.
Però questa città non dovrebbe essere invisibile, non dovrebbe essere e basta. L’invisibile non ha odore, non ha colori, all’invisibile non ti presenti. E allora cosa accade qui? Chi sono Majid, Moussa? Chi è Frank? E se sono qui anche io, chi sono io?

È difficile parlare di questo luogo senza cadere nella retorica, forse proprio perché questo è un luogo retorico, tanto è paradossale, tanto è irreale ed esterno alle nostre categorie. Il nostro mondo qui non arriva se non in negativo: non c’è la legge, non c’è lo stato, non ci sono i documenti, non c’è il lavoro, non c’è una casa.

E da questa negatività assoluta nasce l’assoluta contraddizione di un’umanità che resiste nei rapporti e nella dignità di costruire, e costruirsi.
Abitare questa contraddizione però non è retorica, non è un artificio filosofico, è piuttosto il ritornare alla terra, alle mani sporche, alla concretezza, sfondare le categorie e le barriere, aprirsi alla fatica.

Io sono una frontiera che voglio superare
la porta di casa di cui cerco le chiavi
Sono il viaggio che ho paura di iniziare
Sono il gabbiano che vola basso, vicino al porto, per cercare le persone
Stufa del cielo, ho trovato la terra
Stufa del volo, ho imparato a camminare.
Ho avuto paura di perdermi, di fare come il mondo
circondata da odori e voci sconosciuti.
Io sono mondo, il mondo alla deriva.
Quante contraddizioni sono.

Paola – volontaria Campo Io Ci Sto

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