Niente. Scrivo e cancello e niente. Nessuna parola mi sembra appropriata per descrivere quello che sento. Un vortice di emozioni contrastanti mi invade e pervade ogni cellula del mio corpo. Il petto si rimpicciolisce, il respiro si fa corto.

Ma con quale diritto io posso permettermi di versare una lacrima?

Io, fortunatissima ragazza occidentale, venuta dal mio mondo incantato. Strette nella mano tengo salde le mie certezze. Al mio ritorno ad aspettarmi la mia casa, la mia famiglia.

Qualsiasi cosa i miei occhi abbiano visto, qualsiasi cosa abbia sfiorato, tutto, al mio ritorno, era esattamente come prima. Tutto tranne me.

Sono partita senza sapere cosa avrei trovato, con tanto entusiasmo e voglia di fare ma anche con un po’ di timore. Sono arrivata a Borgo Mezzanone una caldissima domenica di fine luglio, ed ero incredula. Non così lontano da casa mia esisteva un borgo piccolo piccolo, non troppo lontano dalla città di Foggia ma non abbastanza vicino perché qualcuno abbia interesse ad occuparsene. Terra di mezzo, terra di nessuno. Sola, a fare i conti con le sue difficoltà.

Forse sembrerà impossibile, ma io in quel borgo piccolo, problematico e abbandonato ho trovato una famiglia. Un gruppo di ragazzi come me, uniti dalla voglia di fare, di dare, di cambiare.

Questo è Io Ci Sto: umanità, vita, speranza.

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E’ mettersi in gioco accantonando ogni pregiudizio, è mettersi al servizio dell’altro, ascoltarlo, farsi ascoltare. Io Ci Sto è casa. Ed è una casa senza bandiere, in cui tutti siamo uguali.

Io Ci Sto è mangiare accanto all’amico migrante, ascoltare la sua storia, che racconta con fatica non riuscendo a mascherare il dolore. Io Ci Sto è presa di coscienza. E’ il riscatto di popoli in fuga, esseri umani privati di tutto. Di amore, libertà, dignità.

Eroi invisibili, con le loro storie, i loro sogni infranti, le loro timide speranze.

Bambini condannati a vivere tra polvere e rifiuti, senza una casa, senza acqua potabile, senza affetto né abiti puliti.

Io Ci Sto è Alì, un bambino bulgaro con problemi motori costretto in un ghetto degradato, che trascorre le sue giornate su di un vecchio sedile di un auto adibito a divano. Sotto il sole e sotto la pioggia. Alì guarda gli altri bambini giocare senza poter partecipare.

Il momento che ricorderò forse come il più felice della mia vita è stato vederlo ridere, quando Tommaso (un volontario) lo ha preso in spalla permettendogli di giocare a calcio come tutti gli altri bambini.

Io Ci Sto è Amos, è Aziz, è Diabi, è Michael.

Io Ci Sto sono io. Io Ci Sto puoi essere tu.

Io Ci Sto è insieme di abusi e speranze, di dolore e forza.

Io Ci Sto è umanità, fratellanza, amore, resistenza.

Io Ci Sto ti spezza il cuore e ti cura, ti fa perdere e ritrovare.

Io Ci Sto è ricevere molto più di quanto si riesce a dare.

Io Ci Sto è un’esperienza forte, destabilizzante, ma doverosa. Perché non si può più rimanere indifferenti e fingere di non sapere.

Sono tante le cose alle quali ancora non riesco a dare un nome, centinaia le vite che mi porto dentro. Volti, profumi, occhi, sorrisi. Tanta è la rabbia, accompagnata da infinite domande senza risposta.

Non so cosa diventerò né dove andrò ma so quale voglio che sia il mio impegno. Voglio riuscire a trasformare il dolore in qualcosa di positivo, per dar vita ad una catena umana che possa davvero cambiare le cose.

Serve fiducia nell’altro, comprensione per ciò che è diverso. Solo così potremo imparare a vivere insieme, in un mondo in cui le diversità sono ricchezza e non ostacolo. Un mondo fatto di ponti, di mani tese, e non di muri alzati.

La mia grande famiglia di Io Ci Sto mi ha fatto tornare a credere che costruire questo mondo è ancora possibile.

di Valentina Scala – volontaria Campo Io Ci Sto