«E’ una bella storia che merita di essere raccontata e che nasce da un’esigenza di condivisione “anonima”. “Non importa chi siamo, conta più quello che abbiamo fatto”, concetto che pone tutti su un’attenzione ancor più elevata verso l’esperienza che due giovani ruvesi hanno compiuto. Si parla tanto di integrazione, spesso abusando di questo termine. Poi i fatti contano più di altro.

“Siamo due giovani ruvesi e sentiamo il bisogno di condividere con voi ciò che abbiamo recentemente vissuto. Quest’anno abbiamo infatti deciso di non rimanere indifferenti al tema dell’immigrazione, utilizzando parte delle nostre vacanze per dare un nostro piccolo contributo alla promozione dell’INTEGRAZIONE tra “mondi diversi”. Ci siamo messi in gioco in prima persona e per farlo abbiamo deciso di partecipare al campo di volontariato “Io ci sto” fra i migranti delle campagne di Borgo Mezzanone, una piccola frazione in provincia di Foggia, a soli 88 km da noi.

Siamo partiti con numerosi altri giovani volontari provenienti da tutti Italia, con i quali abbiamo condiviso pensieri, idee, emozioni ed ideali. Abbiamo vissuto un’esperienza incredibile, che ci ha toccato profondamente e che, molto lentamente, stiamo cercando ora di metabolizzare.

Nel “ghetto” di Borgo Mezzanone, lo Stato Italiano non esiste, anzi a dire il vero è lo stesso Stato Italiano che ne ha voluto la collocazione proprio in questo luogo sperduto, lontano dal resto del mondo, rendendo in questo modo “invisibili” 3000 persone, provenienti da svariate decine di etnie diverse.

Gli “invisibili” sono per la stragrande maggioranza persone, che vengono da molto lontano e che spesso vengono definite ignoranti o selvaggi, ma in realtà sono dei grandi lavoratori. Abbiamo potuto osservare che ogni mattina si svegliano molto prima dell’alba, senza sapere se verranno ingaggiati da uno dei caporali che poi li stiperà, come fossero bestie, nei furgoni e li trasporterà nelle grandi distese di pomodori delle campagne pugliesi.

C’è chi sostiene che dovrebbero andar via, che tolgono il lavoro a noi italiani, ma in realtà sono diventati il motore dell’economia agricola pugliese e nazionale. Sono costretti a lavorare per 12-15 ore di fila sotto il sole cocente, senza acqua ne’ cibo (a meno che non lo comprino dal caporale) e per un guadagno di soli 3,50 euro a cassone (che ha una capienza di circa 300 kg).

Al calar del sole, quando ormai ogni singola parte del corpo è distrutta, tornano nel “ghetto invisibile”. Qui ad accoglierli non ci sono hotel extra lusso o case con ogni tipo di comfort, ma delle baracche create con materiali di scarto (lamiere, vecchie porte, cartelloni pubblicitari…). Non ci sono docce, ma bagni comuni in cui non è presente neanche la rete fognaria. Sono completamente soli perché le loro famiglie sono tutte nei paesi d’origine, che hanno dovuto lasciare nella speranza di trovare un mondo migliore. Non vi sembra lo stesso sogno che ha spinto nei primi anni del ‘900 i nostri concittadini a cercare fortuna lontano dalla terra natia e che spinge tutt’ora migliaia di giovani italiani a cercar lavoro altrove? La famiglia per loro, così come per noi, è il bene più prezioso. Ci hanno raccontato di aver lasciato genitori, figli, mogli e fratelli che sperano di riabbracciare un giorno e ai quali destinano i loro miseri guadagni.

Abbiamo scoperto un mondo volutamente reso invisibile, al quale abbiamo voluto dare voce, insieme agli altri volontari, offrendo loro alcuni servizi utili, nella speranza di aiutarli ad iniziare un piccolo processo di integrazione. Abbiamo attivato una ciclofficina ed una scuola d’italiano.

La ciclofficina ha dato ad alcuni di loro la possibilità di sistemare le biciclette, in modo da renderli autonomi nel raggiungere il luogo di lavoro e non essere più costretti a salire su quei tristemente noti furgoni; la scuola d’Italiano in cui arrivano in tanti nel pomeriggio, con sorrisi enormi e con tanta voglia di imparare, per permettere loro di padroneggiare la nostra lingua: primo passo del lungo e difficile processo di integrazione.

Questa esperienza è stata molto forte e ci ha dato l’opportunità di conoscere un mondo così vicino a noi, ma così sconosciuto e del quale abbiamo una visione distorta, a causa di pregiudizi e luoghi comuni. Abbiamo altresì incontrato e conosciuto un mondo fatto di volontari, enti, associazioni cattoliche e non, ma soprattutto un mondo fatto di persone sensibili e attente a questo tema, che con il loro impegno cercano di dare dignità a queste persone. Con loro abbiamo condiviso questa esperienza e insieme abbiamo deciso di continuare ad impegnarci quotidianamente, ognuno nel proprio piccolo e nel proprio territorio, per dare il proprio contributo, in modo che la promozione della cultura dell’incontro elimini le discriminazioni e i pregiudizi oggi esistenti.

Noi siamo partiti da qui, dal raccontarvi la storia dei ragazzi “invisibili”, che vivono in un angolo di terra tra i comuni di Foggia, Manfredonia e Cerignola, a soli 88km dal nostro bellissimo comune e dalle nostre serene vite di fortunati, nati dal lato giusto del Mediterraneo».

Bruna e Michele – volontari Campo Io Ci Sto 

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