Ho percorso una strada statale, il mio primo viaggio nell’Africa italiana, l’Africa nascosta, a 20 kilometri dalla città di Foggia. Prima una lunga serie di casolari singoli, densamente popolati ora da ghanesi ora da senegalesi, in cui manca il gas, la luce e l’acqua corrente. I Medici Senza Frontiere, con la Regione, hanno portato almeno una cisterna d’acqua potabile, che quella dei pozzi è pericolosa alla salute. Scene diverse si muovono davanti a me: un “albergo” improvvisato in un casolare diroccato su una strada interna, dove una signora africana accoglie per pochi euro i braccianti e fa da mangiare per 15; uomini che hanno bisogno di tutto, dalle medicine ai documenti, dall’assistenza legale a un piatto da mangiare.

C’è chi mi ha detto “il mio problema è la fame, qui non c’è da mangiare per tutti”, chi si lamenta del lavoro che le “macchine” del pomodoro hanno portato via, chi ammazza una pecora davanti alla masseria per farne cena per tutti, chi, ancora, si è infilato nell’indistricabile burocrazia italiana che collega documenti, permessi di soggiorno e lavoro. I migranti ammassati nelle case bianche della Puglia invocano l’aiuto di Dio e la compassione nostra. I casolari, da cui promana, il più delle volte, un odore nauseabondo si avvicendano sulla strada fino a San Severo e anche dopo, ed hanno nomi inauditi: Ghetto Elena, Palmori, Casa Bianca, e così via. A San Severo tracce di Occidente: palazzi, auto, un centro commerciale. Ma proseguendo la strada, costeggiando i campi, il paesaggio si intristisce ancora. Quasi ad ogni incrocio prostitute africane e dell’Est Europa offrono il proprio corpo e la propria giovinezza per pochi euro, un po’ di più dei 3 euro a cassone (12 cassette!) per i quali i migranti si spaccano la schiena per 14 ore al giorno nei pochi campi di pomodoro ancora raccolti a mano. L’Italia dei diritti qui non c’è. Non esistono sindacati, non esiste polizia, esercito, Istituzioni. Ci sono solo pianure interminate e case bianche, volti stanchi e mani segnate, auto abbandonate adibite a cassonetti della spazzatura, campi d’accoglienza simili a carceri e a bunker. A Rignano, prima che inizi il Gargano del turismo e di Padre Pio, lo spettacolo è da Terzo Mondo. L’amico tunisino che mi accompagna mi aveva riservato alla fine del viaggio un’amarissima “ciliegina sulla torta”. Dopo un incrocio, ancora una volta vegliato dalle solite prostitute stanche, si scorgono, alte un piano, tre masserie diroccate e poi, d’intorno, decine e decine, decine e decine, di casupole e capanne, fatte di plastica, cartone e copertoni d’auto. Una scena assurda. In molti si affollano alle due cisterne di Medici Senza Frontiere, che si esauriscono in poche ore, in tanti altri stendono secchi per carpire l’acqua per l’irrigazione. In tutto due bagni chimici mi pare d’aver visto, a fronte, mi dicono, delle 1.000 – 1.500 persone che affollano il Ghetto. Sulla strada dissestata vedo correre, felici, due bambini africani. Uno di questi, sei anni, appena ci vede ci tiene a sottolineare in perfetto italiano “Io non vivo qui, io sono di Brescia”, quasi a giustificare la propria presenza in questa pattumiera a cielo aperto. Uno dei casolari pare essere adibito a bordello, un altro a ristorante, un altro infine dev’essere abitato dai più fortunati. Tutti gli altri sopravvivono nelle case di plastica, facendosi la doccia nei campi, riparati alla bene meglio da grossi pezzi di compensato, litigando per un secchio d’acqua, combattendo per un lavoro a 3 euro al cassone, imprecando contro la sorte che li ha condotti al Ghetto. Non so in quale lingua africana, “Ghetto” vuol dire “sopravvivere”; intanto è morta qui, in un angolo sconosciuto della Provincia di Foggia, la Repubblica Italiana, quella dei diritti e dei doveri, della Costituzione e delle Convenzioni Internazionali. Il diritto è stato seppellito dallo schiavismo perpetrato a regola e nell’assenza assoluta di controlli. E anche la religione vacilla con i suoi precetti. In tutto ciò regna nel mio cuore solo un grande senso di impotenza, che si mischia al fetore che sale dai campi, invocando Giustizia a Dio e agli uomini. La fratellanza dei poveri è l’unica salvezza, qui al Ghetto di Rignano.

Claudio de Martino

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