Che ore sono? E di che giorno? Apro gli occhi e subito respiro uno spaesamento denso. Sono a casa. Casa. Il ritorno è davvero possibile? Nel mio sguardo è ancora stampato il caldo abbraccio di quel sole. Sa essere bello da mozzare il fiato, quel sole, coi suoi raggi che corrono liberi nella polvere, e al cui tocco clemente i vetri rotti si fan sublimi, le lamiere riflettono una corale dignità. Sono a casa, ma con la mente ripercorro quell’umanità dimenticata da tutti, ma non dal sole, quel crocevia di sogni, forse abbandonati, e di speranze, che non per certo conosceranno il domani. E vita, vita che trascina, vita capace di farti anelare ad un altrove in cui trapiantare un diverso possibile, vita ansimante, che smuove da un capo all’altro del mondo. Ripenso a quel luogo, di una sacralità tutta umana, non data, ma sudata, e conquistata giorno per giorno. E la semantica è stravolta. Cos’è casa? Dov’è casa? Casa è un volto, uno sguardo, casa è una mano tesa, un sorriso, due chiacchiere che mai avresti pensato così. Casa è un’idea, è dove sono io, dove posso vivere le mie domande, dove posso respirare. Casa è dove posso lasciare che la mia espressione corra libera. E allora siamo tutti stranieri, o nessuno.

Daria Tiberto – volontaria Campo Io Ci Sto

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