Cosa mi ha insegnato Io Ci Sto, cosa mi porto dietro da questa settimana?
Innanzitutto mi ha permesso di dare dei nomi, di conoscere i volti di persone che in televisione sono solo numeri. Di conoscere storie di ragazzi come noi, spesso anche più piccoli di me, che hanno avuto solo la sfortuna di nascere nella parte difficile del mondo.
Ho dato un valore alla parola speranza, che per noi è spesso una parola svuotata del suo significato. L’ho conosciuta negli occhi e nella storia di Andrea (nome fittizio) a cui sono morti 3 e 5 anni fa il padre e poi la madre. Andrea è partito dalla Costa d’Avorio e un giorno, dopo una lezione di italiano, mi dice “Chiara là è impossibile vivere; qua è difficile, non credevo cosi tanto, ma imparerò l’italiano, troverò un lavoro, una ragazza da sposare e poi avrò una vita serena”. Ecco Andrea ha solo 18 anni e nei suoi occhi, lucidi quando mi raccontava della morte dei suoi genitori, brillava da qualche parte, in fondo, una luce, quella è la forza della speranza. Sorridere e tirare avanti anche se hai investito tutto quello che avevi per arrivare in Italia, in un paese dove più che speranze troverai un’enorme disillusione ad aspettarti. Perché se sei fortunato riesci a vedere riconosciuti i tuoi diritti di persona, ma troppo spesso il colore della tua pelle diventerà una valida giustificazione per sfruttarti nei campi, per attirare sguardi sospettosi e se sei una donna a venderti come prostituta. Esiste un posto in Puglia, poco distante dai luoghi dove centinai di turisti bevono, ballano e si abbronzano, dove centinaia e centinaia di ragazzi vivono, o forse sopravvivono, in baracche con cumuli di immondizia ai lati della strada. E lì vivono anche decine di ragazze. Loro sono molto più difficili da avvicinare rispetto ai ragazzi a cui basta un ciao o una stretta di mano per iniziare a chiacchierare. Sono schive, diffidenti, quasi distaccate, i lori occhi sono persi, le saluti ed è quasi come se non ti vedessero. È forse possibile smettere di sentire? Allontanarsi cosi tanto per proteggersi da tutto quello che sei obbligata a vivere? Forse si e forse è anche l’unico modo per continuare a campare. Perché magari in Africa studiavi e poi una tua concittadina ti ha promesso una vita migliore qua e tu ti sei fidata e sei finita in strada per ripagarla dei soldi spesi per il viaggio. E poi un bambino arrivato in italia 11 mesi fa, con una madre che, secondo le nostre idee, con difficoltà riusciremmo a definire tale. Lui che forse non ha mai avuto la possibilità di scoprire cosa significhi essere amato da qualcuno, che a 5 anni si è fatto il viaggio e chissà cosa ha visto intorno a sé. Certamente cose che andrebbero risparmiate a un bambino. Lui che per mostrarti affetto deve conficcarti l’unghia nel braccio per poi passarci il dito sopra più volte e curare la ferita. Ecco tutto questo spiazza perché non succede in Africa in un paese del terzo mondo ma in Italia a poche ore da casa mia e tua. Provi incredulità, tristezza, impotenza, hai la forte sensazione che a poco o a nulla può servire quello che stai facendo. Sembra di essere fuori dal mondo, in un posto dimenticato da tutti e loro, i migranti invisibili, la sentono l’indifferenza delle persone, ci si scontrano quotidianamente. Passano i giorni, tutti i pomeriggi vai in pista.
Tutto inizia a diventare incredilmente familiare, le baracchette, i volti delle persone, i loro nomi, i ragazzi che ti aspettano per la lezione, ritrovi ogni pomeriggio mani da stringere, sorrisi da ricambiare, sguardi da incrociare e senti di essere nell’unico posto in cui dovresti stare, là fra loro. Ed è cosi che l’ultimo giorno, quando stai per partire e tornare alla tua vita, senti un grande vuoto come se stessi lasciando casa.
Assurdo se pensiamo che noi chiamiamo casa un posto pulito, in cui ci sono tutti i nostri affetti; assurdo perché un container in cui si vive in 5 non può essere una casa, assurdo perché lì nessun ragazzo è vicino ai suo affetti. Assurdo si, solo se conserviamo la nostra ristretta visione di casa. Possibile se la casa proviamo a pensarla come “un luogo dove tempo e sentimenti compongono magie, dove chi vi abita costruisce sogni e custodisce desideri. È la tua casa, quella costruita in quella parte di mondo dove la vita ti ha posto”. E la vita a loro e a noi ci ha fatto incontrare sulla pista, lì dove loro giorno dopo giorno con la speranza compongono magie, costruiscono, con la fatica e il duro lavoro, il sogno di un futuro migliore. E la costruiscono lì dove la vita li ha portati, trasformando una pista in disuso in una casa. E lì, dove le nostre strade si sono incrociate, insegnano a noi la tenacia, la forza, la speranza, la perseveranza, la gratitudine. Lì ci hanno fatto incontrare e scontrare con le nostre distorte idee, i nostri pericolosi muri, e ci hanno aiutato ad abbatterli. Ne abbiamo di difese, di pregiudizi e se riusciremo a riconoscerli e a vincerli l’incredulità si trasformerà in desiderio di capirci qualcosa, la rabbia in voglia di fare, l’impotenza diventerà la forza più grande che ci riportiamo a casa. E si, tutto questo l’ho stupidamente capito mentre li aiutavo a distinguere una a da una e, una p da una b. E sarà poco ma l’unica cosa che sembra avere senso ora è raccontare la vostra storia.

Chiara Renzi – volontaria Campo Io Ci Sto

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