Le giornate al campo iniziano presto e il sole della Puglia inizia a picchiare forte sin dalle prime luci dell’alba. Il mio sacco a pelo verde sembra in tutto e per tutto una piccola fascia di prato morbido tra le piastrelle di cemento, tra altre decine di “letti”, valigie, scarpe e storie che arrivano da ogni angolo di questa lingua di terra che si insinua nel Mediterraneo.

Durevole e tortuoso è il tragitto che separa Manfredonia da Borgo Mezzanone: chilometri interminabili scorrono sotto le ruote dei nostri pulmini sovraffollati che sobbalzano sulle strade dissestate mettendo a dura prova la pazienza degli amortizzatori.
Le radici degli alberi spaccano l’asfalto e nessuno più lo ricostruisce.
La nostra carovana avanza nel deserto, un deserto costituito da sterpaglia, campi di grano e terra bruciata al cospetto del Gargano che si erge imponente lì dove la pianura sembra terminare con un taglio di lama, netto e preciso.
Lasciamo il cemento per intraprendere la via sterrata con le sue buche e naturali irregolarità, i campi gialli si tingono di verde e dentro di noi affiora la tacita consapevolezza che i campi di pomodori palesandosi nella loro rigogliosità ci stanno dando il benvenuto a Borgo: “Benvenuti a Borgo Mezzanone, nella campagna delle speranze perdute”.
Dopo una settimana nella Capitanata mi sono chiesta in che modo posso impegnarmi per ridare dignità ad ogni singola persona, in che modo posso resistere a questa onda di deumanizzazione che sta travolgendo la nostra società.
Mi sono detta che potrei iniziare cercando di fissare e memorizzare tutti i nomi delle persone che ho conosciuto alla Pista, però sono così complessi e difficili alla pronuncia che la memoria non m’è amica e ignora totalmente la forza di volontà che impiego per contrastare la sua resa.
Saranno tutte quelle “H” che mi confondono, sarà che penso troppo occidentale e se non ti chiami “Marco” o “Andrea” il mio cervello si fa inospitale.
Non ricordo tutti i nomi, però ricordo i volti molto dettagliatamente al punto tale che potrei disegnarli con un pastello nero su un foglio bianco riportando le curve dei sorrisi di ognuno e collocandole sui volti rispettando alla perfezione le regole dell’anatomia artistica.
Non ricordo il tuo nome, ma ricordo il tuo sorriso quando mi rivedi al secondo giorno di scuola e mi dici: “te lo avevo detto che sarei venuto a lezione anche oggi”.
Ricordo il tuo tono di voce quando parli del lavoro in campagna, quando mi dici che il caldo nei campi è soffocante e senti un forte dolore in mezzo al petto adesso mentre provi a concentrarti per comprendere la differenza di pronuncia tra il suono “che” e il suono “ce”.
Tu con la tua pelle nera, nera di rabbia e di paura, sei come brace al fuoco sotto al sole rovente.
Ricordo le strette di mano energiche e possenti, quelle dinamiche ataviche di interazione, il contatto fisico e visivo che cerchi quando arrivi a scuola e per un poco riesci a sentirti integrato e considerato in questo paese.
Paese in cui hai riposto le speranze che in breve tempo hai assistito naufragare nel mare dell’indifferenza generale di chi si copre gli occhi per non guardare quello che succede fuori dalla recinzione del proprio giardino, lì dove inizia la vita nel ghetto, che non è altro che segregazione ed esclusione sociale condita da un acre olezzo di plastica incendiata e rifiuti. Ricordo il sorriso smagliante con cui ti lasci alle spalle gli sguardi intimidatori e sprezzanti di chi ti guarda girare per le strade e ti affibbia la causa di tutti i mali che affliggono questa popolazione che sembra aver disconosciuto l’empatia.

Rivolgo il mio pensiero ad Ebrima, a Olamleken, a Mamadou che mi hanno insegnato a decostruire gli stereotipi e a concedermi l’opportunità di lasciarmi contaminare da ciò che incontro nel momento in cui decido di costruire ponti e non muri.

Eleonora – volontaria Campo Io Ci Sto

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